Come Don Chisciotte ed i suoi mulini

(di Saverio Lanzillo e di Andrea Miniutti)

C’è un proverbio molto diffuso a Montbéliard , un piccolo paese della Franca Contea, che recita più o meno così: “On a remis l’église au milieu du village” – la chiesa al centro del villaggio. Questa espressione è figlia di una forte cultura luterana che vige nell’est della Francia dove per “chiesa” non si intende la sola struttura architettonica – simbolo di fede per il mondo cristiano – ma ha il significato più ampio di “comunità”.

Il proverbio viene usato nel gergo giornalistico sportivo francese per indicare l’ottenimento di una vittoria che riabilita la squadra da un periodo di appannamento e sta a significare “rimettere le cose al loro posto”; storicamente, i paesi dell’odierna Borgogna venivano costruiti attorno alla Chiesa che, di conseguenza, ne era il centro. Un’espressione di riscatto ma al contempo di speranza per una condizione che dopo un periodo di smarrimento torna al suo stato d’origine, così come dovrebbe essere.

Perché era giusto dedicare questo incipit ad un proverbio francese? Perché è la chiave di lettura per inquadrare il problema che vi sarà posto nelle prossime righe.

La crisi sanitaria mondiale conseguente al Covid-19 e i lunghi periodi di lockdown, in teoria più sopportabili con il gioco del “Governo comanda colori”, hanno evidenziato le grandi mancanze e i punti deboli di questo Paese.

(Foto di Erasmus Plus)

La scuola ha perso il suo ruolo centrale

Nei vari DPCM emessi dal Presidente del Consiglio lungo tutto questo periodo la scuola è stata sempre considerata dopo tutto il resto, come se non esistesse o non fosse “un bene di estrema necessità”. Il vero problema però sta nel fatto che la scuola non è più al centro del villaggio da molto tempo e ne stiamo già pagando le conseguenze.

Parte dei nostri nonni riuscì a concludere il solo percorso della scuola primaria per poi entrare da subito nel mondo del lavoro perché bisognava “portare il pane a casa”. In molti casi l’esperienza della scuola terminava al finire del terzo anno di scuola elementare e in pochi proseguivano il percorso di studi fino alla scuola media. Senza un’eccezionale cultura e con pochissime nozioni apprese, quella generazione riuscì a capire il ruolo della scuola che ai tempi funzionava benissimo come ascensore sociale in grado di portare – almeno fino a un certo punto – il figlio del contadino ad avere le stesse opportunità di apprendimento del figlio del dottore.

(Foto da Montella.eu)

Eppure, oggi sono in molti ad affermare che la nostra generazione sarà la prima ad avere un reddito pro capite medio inferiore a quello dei nostri genitori. Infatti, secondo il rapporto OCSE 2019:

“L’Italia ha la quota più alta di docenti ultra 50enni tra i Paesi dell’OCSE (59%) e dovrà rinnovare circa la metà del suo corpo docente nel prossimo decennio. Tuttavia, l’Italia ha la quota più bassa di insegnanti nella popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni nei Paesi dell’OCSE.”

Questo, durante la pandemia – che ha obbligato le scuole a introdurre la Didattica a Distanza – si è tradotto nella scarsa prontezza del corpo docenti per quanto riguarda l’uso di strumenti tecnologici, un problema che inevitabilmente ha abbassato lo standard qualitativo delle lezioni e conseguenti vuoti di programmi e di nozioni causati agli studenti.

Digital divide

In questi mesi di lotta e sopravvivenza alla pandemia, abbiamo assistito alla perdita da parte dell’istruzione del suo valore di uguaglianza.

Secondo il report pubblicato ieri da Human Rights Watch, organizzazione non governativa internazionale che si occupa di diritti umani, il 12% degli studenti di età compresa tra i 6 e i 12 anni è stata completamente esclusa dal processo di apprendimento per via della mancanza di un device o di una connessione in casa.

Su questo punto si aspetta con ansia la risposta della ministra Azzolina sui 150mln stanziati per acquistare computer o altri dispositivi per colmare questo divario, spaccatura amplificata dalla scarsa copertura della rete nelle zone rurali del Paese che ha esercitato un enorme peso sulla qualità della didattica a distanza.

(Foto da la Gazzetta del Mezzogiorno)

La centralità della scuola come luogo di aggregazione, di crescita dei rapporti personali e avvicinamento delle aree periferiche e rurali alla città è venuto meno, ma poco o nulla si è fatto per contrastare una crisi educativa prevedibile.

Un approccio con il paraocchi

L’obiettivo della ministra Azzolina è stato quello di riaprire le scuole a tutti i costi per tener fede alle promesse (di fatto insensate) da lei fatte, spesso in contrasto con la visione collegiale. Ça va sans dire che quest’approccio, come da previsione, ha fallito. Secondo noi, la soluzione migliore sarebbe stata questa: riaprire, ma solo se ci fossero state le condizioni per garantire la sicurezza.

Certo, la scuola si è dimostrata essere il luogo con la minor possibilità di contagio, ma sarebbe miope affermare che le strutture scolastiche siano l’unico elemento componente l’istruzione. Infatti, un’azione più decisiva e strutturale è necessaria per garantire un rientro in piena sicurezza, ad esempio agendo congiuntamente con il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, presieduto attualmente dalla ministra De Micheli.

(Foto da La provincia di Sondrio)

Il potenziamento del servizio dei trasporti, al quale si appoggiano milioni di studenti italiani quotidianamente per coprire la tratta casa-scuola-casa, è una priorità se si vuole garantire la didattica in presenza. L’appello delle agenzie turistiche che hanno messo a disposizione le proprie corriere per sopperire alla mancanza di mezzi pubblici è rimasto perlopiù inascoltato, e le conseguenze si sono presto viste.

Università, questa dimenticata

Le speranze degli universitari di essere nominati all’interno di un DPCM sono sempre state vane. Se da una parte la ministra Azzolina è sempre stata molto attiva, a prescindere dalla qualità dei suoi interventi, dall’altra il ministro dell’Università e della Ricerca Manfredi si è ritirato nel suo sarcofago, affidandosi completamente al grado di autonomia che gli atenei possiedono.

(Foto da Milano Today)

Dopo quasi un anno di brancolante camminata nel buio, lo sconforto di chi si è laureato online o di chi ha dovuto abbandonare il proprio appartamento è tanto. L’università, forse la rete di relazioni e scambio di idee per eccellenza all’interno del percorso scolastico, si è sentita inerme dinanzi alla portata della pandemia di Covid. 

Gli aiuti agli studenti sono stati pochi e di scarsa portata, rendendoli quasi marginali. Insomma, se vogliamo dirla proprio da giovani, noi universitari siamo un po’ tutti come Emily (per chi non ha colto, premere qui per il video esplicativo)

La pandemia ci ha veramente insegnato qualcosa?

Dallo scoppio della pandemia e con l’inizio del lockdown, l’opinione generale è stata quella dei “benefici” di questa esperienza, secondo la quale ne saremmo usciti migliori. A parte il fatto che un’opinione del genere lascia il tempo che trova, un esempio lampante dell’effimero marchio che ci ha lasciato la pandemia è proprio la politica.

Nonostante i giovani siano stati sempre al centro del dialogo politico di questi 12 mesi, le azioni concrete per la categoria sono state pressoché nulle, perlopiù temporanee volte soprattutto all’attrazione elettorale. Ma noi non ci accontentiamo di mancette.

Investire sui giovani, oltre che un dovere morale, è un’azione di fiducia verso le generazioni che nel giro di pochi decenni saranno al posto degli attuali governanti, a gestire il Paese. Potenziare l’istruzione significa renderla un vero ascensore sociale, ma soprattutto far sì che sia equa per tutti. Le disuguaglianze sociali sono emerse con forza “grazie” alla pandemia, hanno riportato al centro del dibattito politico i temi inerenti la scuola oltre che il welfare. 

È necessario passare dalle parole ai fatti. Il Next Generation EU è un’opportunità enorme che non va sprecata. E noi giovani siamo pronti a prendere in mano il nostro futuro.

(Foto di copertina da OrizzonteScuola)

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