Dall’alba dei tempi, l’uomo affida al canto, sia privato che collettivo, le proprie speranze e preghiere. Chiede un buon raccolto, che passi la tempesta, che le figlie trovino un buon marito.

C’è stato un momento in cui tramite il canto l’umanità ha chiesto libertà e forze per fronteggiare il presente. Mi riferisco ai canti degli uomini costretti in schiavitù ad attraversare l’Atlantico verso una vita di lavoro a durissime condizioni e scarse opportunità di riscatto; sulle navi inizia il canto doloroso, non compreso dagli aguzzini. Per più di due secoli infatti centinaia di migliaia di persone furono private di ogni diritto ed utilizzate nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti

(Foto da: Swing dream factory)

La musica diventa per uomini e donne un modo efficace di comunicare, al riparo dalle interferenze degli europei e li accompagnava nel lavoro quotidiano. Il patrimonio musicale si tramandava di generazione in generazione e rafforzava i legami tra individui, uniti nel dolore ma anche nella speranza e nella fede in Dio; questi è spesso l’ispiratore dei testi, vere e proprie preghiere musicali da cui si svilupperanno quelli che chiamiamo spiritual, comunemente considerati antenati del jazz.

Il canto permetteva il dialogo con Dio ed alleviava le fatiche del lavoro, concedendo momentanee gioie, osteggiate dai padroni, i quali proibirono agli schiavi di suonare strumenti e continuare a professare la fede musulmana (di fatto, alcuni lo permisero, a patto portasse loro vantaggi economici).

Inizialmente si cantava in coro, accompagnandosi con il battito delle mani; a seconda del ritmo possono essere distinti in blues, se ad esempio presentavano una rapida modulazione della voce su una sillaba della strofa o in jubilee songsdedicati alle speranze per un futuro libero. I testi prendevano ispirazione dalle Sacre Scritture e ne prediligevano i passi in cui si narrava della condizione di oppressione; emblematico il riferimento alla liberazione degli ebrei riportato in Go down, Moses ispirato dal versetto 5,1 dal libro dell’Esodo:

Dopo, Mosè e Aronne vennero dal Faraone e gli annunziarono: Dice il Signore, il Dio d’Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto. 

Canzoni per il lavoro: 

Nelle giornate lavorative il canto poteva venire in aiuto per sopportarne le fatiche e processarne le frustrazioni, a volte mantenendo vivo il legame con il paese o la famiglia d’origine. 

La struttura più comune è quella responsoriale; un vero e proprio botta e risposta, con l’unione delle voci nel ritornello. Tra i canti di lavoro, molti lamentano le condizioni massacranti a cui erano sottoposti e i ritmi disumani di raccolta del cotone o di scavo nelle miniere. Gli esempi più famosi di cui siamo a conoscenza sono The old hammer, la cui figura protagonista (John Henry) diverrà un simbolo per i movimenti per i diritti civili e Pick a Bale of Cotton

Canzoni per la libertà: 

Una rete segreta ed efficiente venne creata, chiamata Underground Railroad; questo sistema di conoscenze si stima riuscì a far fuggire fino a 100 mila Afro-americani, aiutandoli a raggiungere la libertà. Ovviamente, il sistema doveva essere tenuto segreto e per comunicare senza essere scoperti, iniziarono a nascondere nomi ed indicazioni per il viaggio all’interno dei testi delle canzoni spiritual; chiave fu la figura di Harriett Tubman. Molto probabilmente fu lei ad usare una delle canzoni tradizionali, Wade in the Water, come monito per avvertire gli schiavi della presenza di cani usati per tracciarne la fuga, invitandoli a trovare un riparo temporaneo nelle acque basse dei fiumi. Possiamo apprezzarne la forza nella versione di Ella Jenkins. 

Vari sono gli artisti che negli anni hanno reinterpretato questi (e molti altri) brani della tradizione afroamericana, simbolo della lotta contro l’oppressione e di speranza in un futuro migliore. 

Anche oggi, ascoltandoli, ritroviamo forte il grido di un’umanità lasciata per secoli sola dalla storia, a combattere le proprie battaglie. 

(Foto di copertina da: Swing Dream Factory)

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