CALCOLI MORALI

Tra il 20 e 21 settembre, dietro scure tendine di cabine elettorali, le teste di centinaia di politici italiani saranno tagliate da punte di grafite affilate. 

Gli ultimi sondaggi sul referendum costituzionale confermativo sul taglio del numero dei parlamentari vedono il SÌ in netto vantaggio: SWG ed Ipsos proiettano una vittoria con oltre il 70% dei favorevoli tra tutti i partiti politici. 

Da sempre un popolo di commercianti ed artigiani, sopratutto in questa occasione gli italiani si sono appassionati al dibattito parlando in cifre. Fin da subito la proposta di riforma costituzionale avanzata dal MoVimento 5 Stelle si è inserita nella lotta alla casta, nella lotta per il giusto e contro lo spreco e dunque questa riforma è stata presentata innanzitutto come un beneficio economico, poi burocratico.

Si sono battute moltissime cifre e, tra le prime, quelle relative al taglio dei costi. 

L’affollamento delle camere del Parlamento sarà ridotto del 36,51%. Nello specifico, gli eletti alla Camera dei Deputati passerebbero dagli attuali 630 a 400, mentre al Senato scenderebbero da 315 a 200, a cui si aggiunge la cifra massima stabilita dalla nuova riforma di 5 senatori a vita (attualmente la Costituzione non prevede un limite).

Secondo il Sole 24 Ore, saranno risparmiati 81,6 milioni, lo 0,007 % della spesa pubblica. Carlo Cottarelli, che durante il governo Letta nel 2013 è stato commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, sottolinea che il risparmio è pari a un euro all’anno per ciascun italiano ☕️.

La riduzione dei componenti delle Camere significa anche che un parlamentare rappresenterà un numero più alto di cittadini, in particolare: 153.685 saranno gli elettori rappresentati in media da un deputato; 301.223 da un senatore. 

Viste le prime cifre si può affermare che la comunicazione politica circa il taglio dei costi sia sterile, sembra piuttosto che i promotori della riforma puntino a salvare la patria con l’antipolitica: la riforma costituzionale non prevede modifiche strutturali che portino al superamento del bicameralismo perfetto (dovrà infatti essere accompagnata da una revisione dai regolamenti parlamentari), semplicemente l’abbassamento della quantità viene direttamente associato ad una più elevata qualità.

La dicotomia qualità-quantità può essere analizzata studiando come in fase di redazione del testo costituzionale fu scelto il numero dei parlamentari.

Durante il 1946 avvenne la prima delle tante discussioni sul rapporto tra spesa pubblica e dovere di rappresentanza dell’organo elettivo. Il comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea costituente, si espresse cosi:

“Quanto alle spese, ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza”.

Diversamente, Giuseppe Fuschini, democristiano, sosteneva:

“Il popolo italiano disgraziatamente ha una sola abitudine circa il Parlamento: parlarne male; e con la nuova Costituzione occorrerà elevare il prestigio del Parlamento, al che si giunge per una via soltanto: diminuire il numero dei componenti alla futura Camera”. 

Il risultato fu la stesura degli articoli 56 e 57 della Costituzione come segue (saranno poi modificati nel loro forma odierna dopo la riforma costituzionale del 1963): 

Art. 56 Cost.

La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.

Art. 57 Cost.

Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale.
A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.

A seguito dell’approvazione della riforma i membri della Camera sarebbero 400, ed il rapporto tra deputati e popolazione scenderebbe a 0,7 deputati per 100mila abitanti.

L’Italia risulterebbe quindi ultima in Europa per il rapporto rappresentante-rappresentati, con 1 deputato ogni 151.210 abitanti. A queste cifre vanno però aggiunti i numeri dei senatori, con cui non è possibile disegnare un paragone con gli altri paesi UE poiché non tutti prevedono la camera alta, oppure non è ad elezione diretta (come ad esempio il Bundesrat tedesco). 

Il direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais non è d’accordo che riducendo il numero dei parlamentari venga leso il ruolo delle camere. Infatti sostiene il contrario, ossia che per essere un’istituzione politica efficiente il Parlamento dovrebbe essere composto da pochi membri. Il numero esiguo renderebbe più facile riconoscere i componenti dell’emiciclo, e dunque i cittadini potrebbero esercitare un controllo maggiore su di essi.Infine la questione circa la questione della diminuita rappresentanza di alcune regioni viene risolta dal Prof. d’Arcais così:

“Chi lamenta che diminuendo il numero di onorevoli e senatori si impoverisce la rappresentanza dei territori, le specificità locali, dimentica che ogni eletto dovrebbe rappresentare la nazione, non il particulare che trova legittimazione elettorale quando si vota per regioni e comuni (è a livello locale che mafie e clientelismi vanificano il voto libero)”. 

Non è stata messa in discussione solo la democraticità esterna del parlamento riformato, ma anche quella interna ossia dei meccanismi insiti ai partiti.

Il taglio potrà avere come costo politico e morale una elusione del divieto del vincolo di mandato in quanto crescerebbe il potere dei partiti a discapito dell’autonomia intellettuale dei singoli parlamentari. In questa visione i parlamentari avrebbero meno margine di dissidenza verso le direttive del presidente del consiglio, solitamente anche il capo del partito di maggioranza.

Oltre alla dicotomia qualità-quantità, trova spazio anche lo scontro tra questione istituzionale e questione sociale, si suppone che se gli eletti non dovranno rispondere agli elettori ma alle segreterie di partito, essi avranno minore interesse a perseguire gli interessi sociali e delle politiche di welfare (sempre che si continui a leggere la politica come un rendiconto infinito tra dare ed avere con l’elettorato). 

In generale, la questione che possiamo porci è se il taglio del numero dei parlamenti è un sistema che indebolisce il legame di responsabilità tra eletto ed elettore. 

La riforma per come è formulata risponde alle richieste dei primordiali partecipanti del Vaffa-Day, gli odiatori della politica che vedono nel suo smantellamento, anche se solo numerico, lo sgretolamento di un potere su cui non hanno fiducia, controllo; sono coloro che vedono lo stato e le cose (o il caos) pubbliche unicamente come un esattore famelico. La democrazia è in crisi sopratutto nelle fasce più povere della popolazione, che non sono marginali e nascoste in periferie ingrigite e dimenticate. La politica economica e sociale ha fallito nel diminuire l’espansione della povertà che dopo la crisi sanitaria si amplierà ancor di più e questa riforma assomiglia tanto al demagogico terzo obolo concesso da Cleone

(Foto di Ansa)

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