Un intervento top-down per diminuire sprechi, obesità e costi sanitari

Il problema dell’obesità, e del rispettivo dibattito sullo spreco alimentare, sono da sempre stati fonte di discussione e di riflessione, soprattutto nei paesi più ricchi e avvantaggiati.

Parliamo di tutti quei paesi appartenenti all’Eurozona o all’America del Nord. In questi paesi occidentali il tasso di obesità oscilla tra il 15% ed il 20% della popolazione. Queste percentuali sono cresciute sempre di più, specialmente negli ultimi decenni. L’occidente, non a caso, negli ultimi tempi ha vissuto un rapidissimo miglioramento del sistema di vita, dovuto soprattutto ai processi di globalizzazione e mercatizzazione. Ciò ha portato con sé una serie di conseguenze, tanto innovative quanto imprevedibili.

Nel settore alimentare si è avuto un enorme aumento della produzione che determina in alcuni paesi una crescita esponenziali dell’offerta. In questo modo, c’è una grande quantità di cibo che molto spesso sfocia in veri e propri sprechi alimentari, oltre che a determinare abusi da parte della popolazione. Quest’ultimo fattore provoca conseguenze irreversibili , come ad esempio le pericolose malattie cardiovascolari, legate ad una sbagliata alimentazione, che mano a mano si stanno sempre più diffondendo, specialmente tra i più giovani.

A difesa di questa particolare problematica, si è schierato il ministro inglese. Boris Johnson infatti sta sta costruendo una vera e propria campagna politica a favore di alcune tasse che vanno a limitare e regolare il fenomeno dell’obesità.

crediti: BBC

Tasse contro l’obesità

Nel Regno Unito su 67 milioni di abitanti, 3 milioni sono obesi. A detta di ciò , il Premier si mostra preoccupato riguardo queste recenti stime. Iniziando e portando avanti questa campagna Johnson è arrivato a far approvare una nuova legge, simile a quella che era già stata la “fat tax“, ovvero la “snack tax“. Con quest”ultimo provvedimento legislativo si prevedrebbe un aumento del prezzo dello zucchero a 3 sterline al chilo e 6 sterline al chilo sul sale. Si stima quindi un ricavo che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro all’anno, denaro che dovrebbe essere utilizzato per consentire ai medici di base di prescrivere ai loro pazienti frutta e verdura, nonché corsi di cucina.

Lo scopo è contrastare il declino delle condizioni di salute della popolazione britannica: secondo il rapporto, il cibo spazzatura contribuisce alla morte di 64 mila persone all’anno e impone un aumento delle spese (pari a 74 miliardi di sterline) al servizio sanitario nazionale inglese.

Ma i dati che più spaventano sono quelli che riguardano i bambini. Quasi un bambino su quattro che arriva all’asilo è sovrappeso e alla fine del ciclo elementare è sovrappeso un bambino su tre. Questa dilagante problematica aumenta di pericolosità, soprattutto se messa in rapporto all’epidemia di Covid che da due anni a questa parte stiamo vivendo. Johnsnon la definisce Una «epidemia del grasso» che spiega anche l’alto tasso di mortalità in relazione al Covid.

Questa guerra al cibo ingaggiata non solo dal premier inglese, ma anche da tanti altri esponenti politici occidentali, ci porta però inevitabilmente ad una paradossale riflessione: se in una parte del mondo si lotta per non mangiare troppo, per non sprecare cibo e non ingrassare, nell’altra metà di pianeta c’è chi lotta per non morire di fame ed un pezzo di pane lo paga con la propria vita.

SARA IANNIELLO

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