Il 29 gennaio un passante di dritto ha regalato ad Ashleigh Barty la vittoria dell’Australian Open. Nessuno sapeva o poteva immaginare che quello sarebbe stato l’ultimo punto della sua carriera tennistica, forse nemmeno lei. Fatto sta che la settimana scorsa Barty ha deciso di appendere la racchetta al chiodo all’età di soli 25 anni e da attuale numero uno al mondo.

Barty con il trofeo dell’Australian Open (credits: WTA)

La tennista australiana può vantare un palmarès di 15 titoli in singolare, di cui tre tornei del Grande Slam, e 121 settimane in cima alla classifica mondiale. Ash forse non è un personaggio così carismatico e spendibile mediaticamente, come invece Osaka, Andreescu o Serena Williams; tuttavia, di lei rimarrà il ricordo di un gioco fuori dal comune per quello che è lo standard del tennis femminile moderno. L’australiana gioca(va) un tennis brillante e vario, comunque solido all’occorrenza, con una grande intelligenza tattica e un bagaglio tecnico di rara completezza.

Nell’annunciare il ritiro ha mostrato una sicurezza e serenità non banali quando uno sportivo o sportiva decide di ritirarsi dal professionismo, soprattutto se si tratta di farlo ad una così giovane età.

La sensazione è che Barty abbia avuto la forza di emanciparsi dal tennis, cosa non scontata dato che spesso per i professionisti lo sport diventa qualcosa di totalizzante, soprattutto a livello emotivo. Non sono pochi i tennisti che nonostante gli infortuni e l’età che avanza continuano a girare il mondo di torneo in torneo, basti pensare a Murray, Federer o alle sorelle Williams. Si tratta sicuramente di un nobile sentimento di amore per lo sport, ma allo stesso tempo rappresenta forse il timore di lasciarsi alle spalle un pezzo centrale della propria vita, timore che Barty pare non avere.

(Credits: Voci di Città)

Il suo ritiro ci ricorda come sportivi così ricchi e famosi siano persone reali a tutto tondo, che spesso tendiamo a mitizzare e ad esaurire nella figura dell’atleta. “Sono così grata al tennis […] ma so che è arrivato il momento di appendere la racchetta al chiodo e di inseguire altri sogni […] La mia felicità non dipendeva più dai risultati. Il successo, per come lo definisco io, è sapere di aver dato tutto quello che potevo dare”.

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