2001: odissea a Genova – 20 anni dopo

di Andrea Miniutti e Saverio Lanzillo

Se ci troviamo oggi, esattamente vent’anni dopo, a ricordare ciò che furono i fatti di Genova c’è un motivo: i temi sono sempre gli stessi. La grande illusione, soprattutto giovanile, di poter cambiare il mondo è uno dei tanti pilastri del tempio che è la democrazia, e in quanto tale se viene danneggiato ne risente tutta la struttura. Vent’anni fa, quel pilastro subiva un danno strutturale, una rottura che ancora oggi fa tremare il sistema istituzionale italiano. Ed è in questi tre giorni che proveremo a raccontarvi cosa sono stati – ma soprattutto sono ancora – i tristemente noti fatti di Genova.

Il G8 attracca a Genova

È il 19 luglio 2001, il giorno prima della riunione dei leader maximi del mondo. Ciò che accade è un semplice corteo, principalmente di extracomunitari che rivendica i propri diritti. Accanto a loro un gruppo di anarchici: ecco i primi scontri con la polizia, ma niente di serio. Si potrebbe dire “ordinaria amministrazione”: le grandi manifestazioni – organizzate dal Genoa Social Forum – si svolgeranno nei due giorni successivi, quando inizierà il summit dei “Big Eight”.

20 luglio. In strada troviamo i Cobas (sindacati di base), lavoratori in sciopero, Tute Bianche, movimenti no-global/alter-global, passanti: diversa “estrazione”, ma un fine comune. Perché erano in strada? Per ribellarsi al sistema economico vigente, per rivendicare l’uguaglianza sociale, per sensibilizzare sull’emergenza climatica. Alcuni le definiscono “cose da comunisti”, a noi piace definirle “lotte di buon senso”.

I Black bloc

Il corteo non è ancora partito, eppure qualcosa si sta già muovendo. Qualche via e piazza più in là da uno dei punti di partenza, un gruppo di anarchici – i cosiddetti Black bloc, ve li ricorderete anche per la loro “manifestazione” all’inaugurazione dell’Expo di Milano – sta agendo secondo il suo modus operandi: la distruzione. Auto in fiamme, vetrine dei negozi rotte, assalto ai bancomat e assalto alle telecamere di sicurezza. Molto è stato documentato dai residenti della zona, che hanno ripreso quasi l’interezza dell’accaduto: riconoscere i volti, tuttavia, è quasi impossibile a causa dei cappucci e delle bandane. In tutto ciò, la polizia non interviene.

Poco dopo, lo scontro sarà con un cordone delle Forze dell’ordine. Gli anarchici posseggono solo qualche spranga, si parla pure di qualche molotov – che non verranno lanciate – ma gli scontri sono a senso unico: la polizia, con fumogeni e proiettili sparati in aria, riesce a far fuggire i protestanti.

Questi scontri erano evitabili? Certamente. Le istituzioni dovevano aspettarselo – o comunque lo sapevano, e ciò sarebbe ancora peggio – che i Black bloc sarebbero arrivati a portar distruzione. Lo fanno sempre. Tuttavia, i controlli sono stati inesistenti e la polizia non ha fatto opera di prevenzione. Tuttavia, questa è solo la parte “light” di ciò che successe.

(via Limes)

I cortei “veri”

Conclusi gli scontri con gli anarchici, iniziarono le proteste pacifiche, quelle organizzate dal Genoa Social Forum. L’associazione si occupava di gestire quasi tutta la logistica delle manifestazioni, dallo svolgimento al “post”, quindi gli alloggi. Aveva creato pure degli hotspot per i giornalisti, dove potevano svolgere i loro lavoro grazie alle postazioni con i computer, e si occupavano di qualsiasi emergenza accadesse. Poco dopo l’inizio dei cortei, le linee telefoniche del “centro di comando” furono bombardate di chiamate.

Vi ricordate la polizia inerme durante l’opera vandalistica degli anarchici? Ecco, partiamo da quel punto. Si potrebbe dire che le Forze dell’ordine sono rimaste con un pugno di mosche in mano, poiché di arresti non ce ne sono stati. Erano solamente riusciti a disperdere il gruppo “nero”. E probabilmente fu proprio questa insoddisfazione, assieme all’incapacità dei quadri centrali della polizia e alla conseguente scarsa organizzazione, che dovettero trovare un capro espiatorio. E le vittime furono i manifestanti innocenti.

La polizia attacca, senza motivo

I cortei sono in marcia, la polizia – secondo gli accordi – doveva occuparsi di fare un semplice servizio d’ordine, quindi seguire la protesta ed evitare che ci fossero problemi, defezioni. Tuttavia, i problemi li hanno causati proprio loro. Prima la deviazione forzata del corteo nelle vie laterali, poi l’accerchiamento nelle piazzette della capitale ligure. Questi manifestanti non sono colpevoli di nulla, ma i capi della polizia hanno deciso che devono essere puniti per i danni che gli anarchici hanno compiuto: i vertici delle Forze dell’ordine hanno deciso che sono stati loro a vandalizzare le strade di Genova.

Quindi, iniziano gli scontri. Vi ricordiamo che si trattava di un corteo pacifico, quindi nessuno era armato in alcun modo. Per difendersi, i giovani (che compongono la maggioranza delle persone scese in strada) si aggrappano a tutto, pure alla fuga. Ma vengono pestati a sangue. Senza pietà, senza possibilità di reagire. Rei di essere lì, per caso, dopo i danni commessi da altri. Manganellate, calci e lanci di lacrimogeni contro tutti, anche contro i giornalisti e i passanti. È un vero e proprio massacro.

(via Il Manifesto)

Poi, tutto d’un tratto, il tempo sembra fermarsi per qualche secondo. Uno sparo. Un ragazzo a terra. Sangue. Confusione. Rabbia. Ancora più rabbia. Si tratta di Carlo Giuliani, gli hanno sparato in faccia. Piazza Alimonda grida, Carlo è morto. Il carabiniere Mario Placanica è l’assassino.

Gli scontri, da quel momento, cessano. La polizia fa da scudo umano attorno al corpo del giovane manifestante, le altre persone in piazza insultano la polizia e lanciano qualsiasi cosa trovino. In molti piangono. Le Forze dell’ordine non rispondono, hanno capito la gravità della situazione. Il corteo si disperde, il morale è a terra.

Nel frattempo, nel resto della città continuano le altre manifestazioni. E, anche lì, gli scontri non mancano. I media parleranno in maniera confusa di ciò che accadde, confusione che riflette a pieno ciò che è stato quel venerdì di luglio.

Dell’omicidio di Carlo Giuliani ne parleremo meglio domani.

Il giorno dopo, in onore di Carlo

Molto discussero i ragazzi del Genoa Social Forum sull’eventualità di annullare le manifestazioni del giorno successivo, ma la decisione fu quella di scendere in strada in ogni caso, con una motivazione in più: in onore di Carlo, per denunciare la violenza delle Forze dell’ordine.

I disordini, in quel 21 luglio, non mancheranno. La carica sul corteo lungomare è più violenta di quella del giorno prima, anche in termini quantitativi. I feriti abbondano, tra le radio dei poliziotti ci si augura che qualcun altro muoia. Dopotutto, sono solo “zecche” per loro.

La storia di quello che accadde in quei giorni vorremmo concluderla qui, in quanto già tanto è successo e le manifestazioni sono finite. Infatti, quel giorno in molti lasciarono la città, gli altri sarebbero partiti il giorno successivo. Ma alla violenza non c’è mai limite.

La scuola Diaz, e la vicina Pasolini, ospitava – per i giorni del G8 – giornalisti e giovani, di cui molti dall’estero. Nessun anarchico, nessuna persona pericolosa, ma solo “semplici” protestanti e operatori del mondo dell’informazione. Tuttavia, vicino alla scuola erano presenti degli anarchici, i quali – verso le 21 di quel sabato sera – assaltarono una volante della polizia, la quale era in perlustrazione della zona. La notizia arrivò al quartiere generale, l’ordine fu quello di perquisire la scuola per stanare i Blac bloc. I quali non erano lì.

Diaz: ordine di punire

La polizia giunse in tuta antisommossa e caricò l’edificio. Le persone all’interno non si opposero, erano con le mani alzate. Erano innocenti, ma furono pestati a sangue. Le pareti e il pavimento erano rossi. Tutti e 93 i presenti furono arrestati, e in carcere umiliati.

Il giorno dopo, fu tenuta una conferenza stampa in una delle aule principali della Diaz. Tra le macchie di sangue, dei tavolini con sopra il “rinvenuto” della perquisizione: sbarre di ferro, coltellini multiuso, attrezzi da cantiere e due molotov. I primi oggetti furono presi dai carabinieri dal cantiere all’interno della scuola, in quanto era in corso una ristrutturazione. Le molotov, invece, furono trovate il giorno precedente in un sacchetto lungo una strada e poi portate, il giorno successivo, nella scuola. Come si può capire, era iniziata l’opera di depistaggio da parte delle istituzioni.

Lo Stato è doppiamente colpevole

Dopo il danno, pure la beffa. Prima sono state menate migliaia di innocenti, poi sono state pure accusate di essere i colpevoli dei disordini. La narrazione fu, sinteticamente, la seguente: i manifestanti erano tutti anarchici che avevano provocato ingenti danni alla città e avevano attaccato le forze dell’ordine, le quali hanno soltanto reagito alle violenze per tutelare l’ordine pubblico; invece, la scuola Diaz era un covo di criminali che hanno reagito con la violenza alla perquisizione pacifica della polizia.

Tuttavia, le intercettazioni delle radio hanno subito messo in chiaro il vero scenario: le Forze dell’ordine erano pressoché le uniche colpevoli, Black bloc a parte ovviamente. ma ciò che contribuì veramente al corretto svolgimento dei processi furono i video che i residenti (o i presenti) avevano registrato. Dinanzi all’evidenza, molti agenti dell’Arma e della polizia confessarono.

I processi si svolsero, i colpevoli furono trovati e condannati (non entriamo nel merito delle pene, forse troppo “lasche”), ma la politica non espresse una denuncia unanime. E, ancora oggi, quegli eventi dividono.

Domani parleremo di Carlo Giuliani, giovedì dell’eredità dei fatti di Genova. E lo facciamo perché bisogna ricordare, e perché – già vent’anni fa – quelle persone che scendevano in piazza avevano ragione.

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Andrea Miniutti

Sono Andrea Miniutti, ho 20 anni e frequento il terzo anno di Studi Internazionali presso l’Università di Trento. Insieme ad Alex ho creato Fast nel settembre 2019, mi occupo di scrivere articoli di politica (principalmente italiana) e su temi inerenti a mafia e stragismo, sono portavoce di Fast nel “Polemica podcast”, gestisco la parte social del progetto e curo il sito internet.

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